ROCCU U STORTU
Una guerra infinita
di Francesco Suriano
regia e interpretazione Fulvio Cauteruccio
produzione Compagnia Teatrale Krypton
Musiche originali Il Parto delle Nuvole Pesanti
Elementi visuali in A.I. Massimo Bevilacqua
Assistente alla regia Flavia Pezzo
Realizzazione elementi scenici Loris Giancola
Costumi Frida Schneider
Ingegnere del suono Vincenzo Maria Campolongo
Direttore tecnico Marco Santi
Produzione e amministrazione Laura Bandelloni
Organizzazione Francesca Ceccherini
Comunicazione e grafica Massimo Bevilacqua
Ufficio stampa Pina Izzi
A venticinque anni dal debutto del 2001, Compagnia Teatrale Krypton riporta in scena Roccu u Stortu, lo storico spettacolo scritto da Francesco Suriano, diretto e interpretato da Fulvio Cauteruccio, in una nuova versione dal titolo Roccu u Stortu – Una guerra infinita. Il riallestimento nasce come ritorno a un’opera che ha segnato profondamente il percorso artistico della compagnia e dello stesso Cauteruccio, ma anche come necessità civile e poetica: far risuonare oggi la voce di Roccu dentro un presente nuovamente attraversato da guerre, fratture, nazionalismi, promesse tradite e corpi sacrificati.
La vicenda è quella di Roccu, detto “u stortu”, lo scemo del paese, un umile contadino calabrese mandato al fronte durante la Prima guerra mondiale con l’illusione di ottenere, al ritorno, un pezzo di terra. La promessa di riscatto sociale si trasforma però in inganno, e il viaggio verso la guerra diventa una discesa nell’orrore: trincee, fame, sangue, paura, ordini incomprensibili, compagni perduti, vite spezzate. Roccu, figura marginale e apparentemente ingenua, diventa così testimone assoluto della violenza della Storia. Attraverso il suo sguardo deformato, infantile e insieme lucidissimo, la guerra si rivela per ciò che è: una macchina che divora gli ultimi, i poveri, gli inconsapevoli.
La nuova versione non si limita a riprendere lo spettacolo originario, ma lo attraversa con una diversa consapevolezza artistica e umana. Fulvio Cauteruccio affronta oggi il personaggio con il peso del tempo, della memoria e dell’esperienza. Roccu non è più soltanto il giovane soldato gettato nel macello della Grande Guerra: è anche un corpo che ricorda, un uomo sopravvissuto alla propria ferita, una presenza che continua a rivivere ciò che non può essere dimenticato. La sua parola non appartiene più soltanto al passato, ma si colloca in una zona sospesa, dove il ricordo personale diventa memoria collettiva e dove la Prima guerra mondiale si riflette nelle guerre del nostro presente.
Il sottotitolo Una guerra infinita orienta l’intero impianto registico. La guerra non viene trattata come un evento concluso, confinato nei libri di storia, ma come una cicatrice che si riapre continuamente. Roccu parla dal 1915, ma la sua voce sembra provenire anche da ogni fronte contemporaneo. La trincea diventa allora un luogo mentale, un paesaggio interiore, uno spazio archetipico nel quale si accumulano le guerre di ieri e di oggi. Il suo racconto non descrive soltanto un conflitto: interroga la permanenza della violenza nella storia umana.
In questa prospettiva si inserisce una delle principali novità registiche del riallestimento: l’utilizzo di elementi virtuali creati tramite intelligenza artificiale. Le immagini generate e rielaborate con A.I. non hanno una funzione puramente decorativa o illustrativa, ma agiscono come estensioni della memoria traumatica di Roccu. Sono apparizioni, frammenti, ombre visive, paesaggi deformati dalla paura e dal ricordo. La tecnologia diventa materia scenica sensibile: trincee, cieli di fumo, figure animali, rovine, bagliori, polveri, visioni di corpi e di terre negate emergono come residui di una coscienza ferita.
L’A.I. viene dunque assunta come strumento poetico e non come semplice dispositivo spettacolare. La sua natura ambigua — capace di generare immagini verosimili ma non reali, memorie possibili ma non documentarie — dialoga con la condizione stessa di Roccu, prigioniero di ricordi che ritornano come allucinazioni. Il virtuale diventa il luogo in cui la memoria storica si sporca di incubo, in cui il passato si ricompone per frammenti e in cui la scena si apre a una dimensione visionaria, sospesa tra teatro, cinema mentale e paesaggio digitale.
Accanto alla parola e all’immagine, la musica assume un ruolo centrale. Le storiche musiche originali composte da Il Parto delle Nuvole Pesanti, elemento fondativo della prima versione dello spettacolo, vengono oggi recuperate e riattraversate da Fulvio Cauteruccio. In questa nuova versione, infatti, l’interprete non affida a Roccu soltanto la parola di Suriano, ma anche la voce cantata: Cauteruccio interpreta dal vivo le canzoni nate per lo spettacolo originario, restituendo loro una nuova densità emotiva e drammaturgica.
Questo passaggio modifica profondamente la relazione tra personaggio, racconto e partitura musicale. Le canzoni non sono più soltanto commento o accompagnamento, ma diventano memoria incarnata. La voce di Fulvio/Roccu le attraversa come un canto spezzato, popolare, dolente, a tratti ruvido, a tratti rituale. Le musiche de Il Parto delle Nuvole Pesanti conservano la loro forza originaria, il loro impasto di radice meridionale, energia rock e tensione teatrale, ma vengono ora filtrate dal corpo dell’attore-regista, che le trasforma in un ulteriore livello di testimonianza.
La scena si costruisce così attorno a tre presenze fondamentali: il corpo dell’attore, la memoria sonora e l’immagine virtuale. Il corpo di Cauteruccio è il centro vivo del dispositivo: un corpo segnato, esposto, attraversato dalla lingua, dal canto, dal respiro, dalla fatica del ricordo. La musica è il controcanto emotivo della vicenda, la materia popolare e visionaria che riporta Roccu alla sua terra d’origine e insieme lo spinge dentro l’abisso del fronte. Gli elementi visuali in A.I. aprono invece lo spazio scenico a un altrove perturbante, dove la guerra si moltiplica e perde coordinate storiche precise, diventando esperienza universale.
La regia lavora su un equilibrio tra essenzialità e stratificazione. Da un lato resta centrale la forza del monologo, la sua dimensione orale, carnale, dialettale, la capacità di far emergere un intero mondo attraverso una sola voce. Dall’altro, la nuova versione introduce un paesaggio scenico più complesso, nel quale l’immagine e il suono amplificano le fratture interiori del personaggio. La scena non ricostruisce realisticamente il fronte, ma evoca una geografia della memoria: uno spazio buio, attraversato da lampi, ombre, presenze digitali e risonanze musicali.
Roccu u Stortu – Una guerra infinita diventa così un’opera sul ritorno. Il ritorno di uno spettacolo che ha segnato una stagione del teatro italiano; il ritorno di un personaggio che non ha mai smesso di parlare; il ritorno delle guerre nella cronaca del presente; il ritorno delle musiche originarie dentro una nuova voce; il ritorno della memoria come responsabilità. Roccu non appartiene più solo alla Calabria contadina o alla Grande Guerra: è una creatura teatrale che attraversa il tempo e ci costringe a guardare la guerra dal punto di vista di chi non l’ha scelta, di chi l’ha subita, di chi è stato mandato a morire in cambio di una promessa impossibile.
Nel riallestimento di Krypton, tradizione e innovazione non si contrappongono, ma si inseguono. La parola poetica e aspra di Suriano incontra le possibilità visionarie dell’intelligenza artificiale; le musiche storiche de Il Parto delle Nuvole Pesanti ritrovano nuova vita nella voce di Fulvio Cauteruccio; la memoria dello spettacolo originario si apre a una lettura contemporanea, più cupa, più stratificata, più direttamente connessa all’urgenza del nostro tempo.
Rimettere in scena oggi Roccu u Stortu significa, dunque, non celebrare semplicemente un anniversario, ma riattivare una domanda. Che cosa resta di un uomo dopo la guerra? Che cosa resta di una comunità dopo avere mandato i suoi figli al fronte? Che cosa resta della Storia quando continua a ripetersi sotto forme diverse? Roccu, con la sua lingua ferita e la sua innocenza devastata, continua a rispondere dal fondo della scena: resta la voce. Una voce storta, marginale, umana. Una voce che ancora ci riguarda.
DOVE E QUANDO
info e prenotazioni
14 giugno 2026 ore 21.00
Teatro Nuovo
Via Montecalvario, 16 – Napoli NA




